Cascina Clarabella, l’unione di territorio e relazioni

Incontro Claudio Vavassori, presidente di Cascina Clarabella e Carlo Fenaroli, direttore generale, in uno dei tanti angoli bellissimi della loro sede. Attorno è caldo ma al riparo di questo patio, appoggiato ai vigneti della Franciacorta che circondano la cascina, tutto sembra accogliente e piacevole. Raccontare l’evoluzione di questo consorzio di cooperative non è semplice, così come non lo è mai quando incontri storie feconde e ricche di significato. Chiedo di aiutarmi in questo compito a Claudio, entrato come operaio nel 1992 e oggi alla guida del consorzio con il fare tipico di chi ama la cooperazione ma tiene vivo un piglio imprenditoriale. «Siamo nati nel 1990, dal Dipartimento di salute mentale, con l’obiettivo di creare opportunità di lavoro ai giovani utenti psichiatrici che volevamo reinserire nel tessuto sociale. Per tanti anni anche noi, come molte cooperative, abbiamo assolto al compito di creare lavoro a favore di chi spesso ne veniva emarginato cercandolo in settori dove vi era necessità di mano d’opera a basso costo e bassa specializzazione: pulizie, gestione del verde. Grazie alla crisi però ci siamo resi conto che potevamo rendere un servizio maggiore alla comunità e che proprio la cooperazione poteva essere la svolta. Da una parte vedevamo le istituzioni in affanno su progetti strategici e dall’altra gli imprenditori, chiaramente molto impegnati sui loro. Mancava un soggetto terzo, imparziale, che potesse far collaborare le varie realtà e porsi come tramite credibile e autorevole. Così ci siamo posti al servizio del nostro bellissimo territorio e abbiamo cooperato con chiunque vedesse nel “bene comune” il vero obiettivo per raggiungere contestualmente il proprio bene. Grazie anche a questa scelta oggi Cooperativa Clarabella è un consorzio che unisce 5 cooperative di cui 4 di tipo B e dà lavoro a più di 400 persone. Accanto alle occupazioni “tradizionali” sono sorte altre attività diverse tra loro: dai servizi alle aziende allo stampaggio di articoli in plastica, fino alla produzione di vini pregiati e di prodotti agricoli tipici».
Basta guardarsi attorno per capire che qui è accaduto qualcosa di speciale: lo percepisci nell’armonica bellezza dell’ambiente, nella gentilezza delle persone che vi lavorano, nella fermezza e nel contempo serenità delle parole di Claudio. Quella bellezza che non è apparenza ma spesso segno di scelte che attingono a valori profondi e a grandi ideali. Per questo voglio capire che cosa ha ispirato le loro scelte. È Carlo che mi risponde: «Credo non ci sia un fattore determinante ma un insieme di principi che cerchiamo di vivere nella nostra attività di ogni giorno. Il primo è quello che sentiamo maggiormente perché deriva dalla nostra storia: cerchiamo di avere in ogni occasione uno sguardo benevolo sulla persona; siamo certi che mantenere questa cura verso l’altro, chiunque esso sia, porti sempre nel medio/lungo termine a dei risultati importanti. Un’altra scelta strategica è stata quella di lavorare attraverso gruppi di piccole dimensioni, dove è più semplice l’interazione e la valorizzazione dei singoli talenti. Ciò accade tanto di più quando le singole persone e i team si sentono partecipi di un progetto più grande che noi continuiamo a raccontare. Infine abbiamo sempre creduto nelle potenzialità di questo territorio e abbiamo lavorato sulle relazioni che lo costituiscono. Un esempio sono i piani integrati d’area. Oggi in alcuni progetti strategici che coinvolgono comuni, associazioni e aziende siamo i referenti per le istituzioni, perché le realtà del territorio hanno compreso la nostra volontà di lavorare insieme senza secondi fini o, per meglio dire, avendone uno soltanto: un nuovo modo più strategico e utile di cooperare. Agli inizi della nostra storia dovevamo soprattutto ridare dignità alle persone, oggi vogliamo anche creare cultura e “memoria”, affinchè chiunque possa comprendere la bellezza e l’opportunità di lavorare per il bene comune».
Non so quanto sono riuscito a raccontare di loro e della loro storia in queste poche righe, di sicuro non riuscirò a rendere la bontà dell’ultimo vino prodotto dalla Cantina Clarabella, quello che adesso assaporiamo mentre inseguiamo altri racconti.

 

Articolo scritto da Massimo Folador e pubblicato il 13/10/2018 da Avvenire

 

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